Cominciamo allora imparando ad ascoltare i nostri figli; insegniamo ai bambini ad
esprimere i propri sentimenti, anche quelli più negativi; abituiamoli a vedere
gli elementi positivi delle esperienze che vivono; educhiamoli alla ricerca della
soluzione e al rifiuto della rassegnazione. Sosteniamoli nelle loro difficoltà,
forniamogli supporto e suggerimenti pratici quando dimostrano di non sapere come
superare l’insormontabile scoglio di far parte di un gruppo. Creiamo poi le
occasioni giuste per far frequentare ad un bambino parchi, ludoteche e case di amici.
Organizziamo incontri con altri coetanei. Facciamo in modo insomma che il piccolo
possa "allenarsi" a socializzare. Tenendo sotto controllo, in queste occasioni,
il nostro coinvolgimento emotivo. Determinante nella conquista dell’autostima
è, infatti, anche la reazione che i genitori tendono a mostrare davanti al
riserbo del proprio bambino. Spronarlo a superare la timidezza, ripetergli che è
un bambino timido, invitarlo continuamente a "giocare con gli altri bambini", rinviare
costantemente alla necessità di "cambiare e migliorare" rischiano di confermare
nel piccolo l’esistenza di un problema e di ribadire la sua inadeguatezza.
Atteggiamenti che possono contribuire a minare un’autostima già di per
sé vacillante. Per la stessa ragione risultano controproducenti i paragoni
con gli amici, i fratelli, i cuginetti o peggio ancora con mamma e papà. "Non
sei proprio come tuo padre", "Io alla tua età ne facevo di tutti i colori..."
sono frasi da evitare perché la distanza che creano tra un genitore ed un
figlio è davvero enorme. Una distanza incolmabile che non permetterà
mai al piccolo di "raggiungerci" e di sentirsi accolto ed amato semplicemente per
quel che è.