Oltre la timidezza


Diventano rossi quando devono parlare, si vergognano anche solo di un saluto, rimangono in disparte a guardare gli altri bambini che giocano, divisi tra la voglia di partecipare e la paura di chiedere. Sono così i bambini timidi. Sfuggenti, timorosi e solitari suscitano tenerezza, tanto quanto sono in grado di preoccupare i loro genitori. Ma non c’è niente di più controproducente di un genitore che liquida la timidezza del proprio figlio come una questione "caratteriale". E non c’è niente di più "pericoloso" di un genitore che da quella timidezza è preoccupato. Una mamma e un papà preoccupati tendono quasi sempre a trovare semplicemente una soluzione a quello che considerano un problema. Con il rischio, però, di sottovalutare la necessità di ricercare, prima di agire, le ragioni che sono all’origine del problema stesso.





La timidezza non è una malattia di cui aver paura. E non è neanche una "questione di carattere" da sottovalutare o da accogliere con tenerezza. I bambini non nascono timidi, lo diventano. Certo, gli studi confermano che ha più probabilità di diventare timido il bambino che ha un temperamento maggiormente emotivo, che è più sensibile agli stimoli esterni, che reagisce con minor controllo alle esperienze quotidiane. Ma quegli stessi studi ribadiscono che i condizionamenti familiari e ambientali sono determinanti nello sviluppo di una timidezza, la cui origine reale e principale va ricercata nella mancanza di autostima, nell’assenza di quella fiducia in se stesso che permette al bambino di affrontare il giudizio degli altri. Vincere l’insicurezza è possibile, ma è indispensabile che gli adulti che circondano un bambino sappiano fornirgli gli strumenti utili e necessari.





Cominciamo allora imparando ad ascoltare i nostri figli; insegniamo ai bambini ad esprimere i propri sentimenti, anche quelli più negativi; abituiamoli a vedere gli elementi positivi delle esperienze che vivono; educhiamoli alla ricerca della soluzione e al rifiuto della rassegnazione. Sosteniamoli nelle loro difficoltà, forniamogli supporto e suggerimenti pratici quando dimostrano di non sapere come superare l’insormontabile scoglio di far parte di un gruppo. Creiamo poi le occasioni giuste per far frequentare ad un bambino parchi, ludoteche e case di amici. Organizziamo incontri con altri coetanei. Facciamo in modo insomma che il piccolo possa "allenarsi" a socializzare. Tenendo sotto controllo, in queste occasioni, il nostro coinvolgimento emotivo. Determinante nella conquista dell’autostima è, infatti, anche la reazione che i genitori tendono a mostrare davanti al riserbo del proprio bambino. Spronarlo a superare la timidezza, ripetergli che è un bambino timido, invitarlo continuamente a "giocare con gli altri bambini", rinviare costantemente alla necessità di "cambiare e migliorare" rischiano di confermare nel piccolo l’esistenza di un problema e di ribadire la sua inadeguatezza. Atteggiamenti che possono contribuire a minare un’autostima già di per sé vacillante. Per la stessa ragione risultano controproducenti i paragoni con gli amici, i fratelli, i cuginetti o peggio ancora con mamma e papà. "Non sei proprio come tuo padre", "Io alla tua età ne facevo di tutti i colori..." sono frasi da evitare perché la distanza che creano tra un genitore ed un figlio è davvero enorme. Una distanza incolmabile che non permetterà mai al piccolo di "raggiungerci" e di sentirsi accolto ed amato semplicemente per quel che è.





Un figlio timido ha semplicemente bisogno di genitori che sappiano trasformare un bambino inconsapevole delle proprie potenzialità, in un adulto certo di saper affrontare il mondo contando solo sulle proprie possibilità. Tra il punto di partenza e quello di arrivo c’è un lento e complesso processo di crescita che i genitori sono chiamati a favorire e a sostenere. Il che vuol dire dare al piccolo la certezza di essere accettato per quello che è, riconosciuto come individuo unico, amato in modo incondizionato. Indipendentemente dai suoi pregi, dai suoi difetti...e dalla sua timidezza. Niente rende più insicuro un bambino della sensazione di non essere come mamma o papà lo vorrebbero. Niente gli permetterà, al contrario, di fidarsi di se stesso più della fiducia e della stima dei suoi genitori, a prescindere dal suo carattere, dalle sue inclinazioni e dai risultati che riuscirà ad ottenere. Il segreto del successo e ’ tutto qui. In un atteggiamento ottimista e propositivo che mette piccoli e grandi nella condizione di riconoscere che essere "sicuri" non vuol dire dimostrarsi a tutti i costi coraggiosi ed estroversi, né affermarsi per pregi e difetti non propri. Basta essere determinati e consapevoli di ciò che si è. Con i propri limiti e con tutte le proprie, innumerevoli, potenzialità.



@sergio

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