Fobia sociale e identità


La fobia sociale è un disturbo comune, in cui il soggetto teme che le proprie prestazioni lo possano esporre a valutazioni negative da parte degli altri. Nella fobia sociale i pazienti adottano comportamenti congrui alla maggior parte della loro esistenza, ma sviluppano precise convinzioni negative riguardo la loro identità sociale a seguito di insuccessi vissuti nel tentativo di trovare un personale ruolo sociale. In altri casi le credenze negative circa la propria identità sociale possono essere croniche e essere associate, per esempio, a sentimenti di timidezza e vergogna a partire dall’infanzia.



bimba timida

Una delle terapie più conosciute atte a superare gli stalli e le inibizioni emozionali è la terapia razionale emotiva (RET) di Ellis, che agisce sui pensieri per modificare stati emotivi disturbanti come ansia, depressione o scoraggiamento. La RET sottolinea come le reazioni emotive e i comportamenti siamo in larga misura condizionati dalla nostra interpretazione della situazione; per modificare l’abitudine alle idee irrazionali non è sufficiente una loro comprensione a livello intellettuale, ma è necessario agire concretamente.
Quindi, la situazione sociale attiva le convinzioni relative al potenziale fallimento della prestazione e le implicazioni connesse alla manifestazione dei sintomi, questo induce l’individuo a percepire un pericolo sociale che diventa evidente nelle preoccupazioni anticipatorie o nei pensieri automatici negativi.
I pensieri automatici negativi sono associati all’attivazione dell’ansia sotto forma di sintomi somatici o cognitivi, i quali sono soggetti a giudizi negativi e possono essere interpretati come prove di fallimento o di umiliazione. Le valutazioni di pericolo sono accompagnate dallo spostamento di attenzione verso se stessi e dal monitoraggio di sensazioni, immagini e impressioni di sé. Queste informazioni interne sono utilizzate per elaborare delle inferenze su come si appare agli occhi degli altri e sul giudizio di questi ultimi.
I comportamenti protettivi, impiegati nel tentativo di nascondere o evitare le conseguenze temute, non fanno altro che contribuire alla permanenza del problema attraverso i seguenti meccanismi:
Restrizione del focus attentivo sul sé
Ostacolo alla verifica
Aumento dei sintomi temuti
Influenzamento della situazione sociale
In alcune circostanze, l’individuo evita completamente la situazione sociale temuta, privandosi in tal modo della possibilità di smentire le proprie credenze e i giudizi negativi.
Le preoccupazioni relative all’anticipazione e all’analisi a posteriori contribuiscono al mantenimento del problema, preattivando i processi negativi e alimentando dopo l’incontro questi timori con sentimenti e immagini distorte di sé.
Tutte queste considerazioni sono importanti al fine di capire in che modo, nel nostro tempo, i sentimenti di timidezza insorgono in molte persone e impediscono loro di condurre una vita priva di ansie e timori, e, in alcuni casi, come possa bloccare il processo di crescita sia professionale sia emotiva.
Un’emblematica poesia di Pablo Neruda, intitolata appunto "Timidezza", in poche righe ci fa comprendere come una persona viva negativamente certe situazioni, fin quasi a volersi annullare.

Timidezza
Appena seppi, solamente, che esistevo
E che avrei potuto essere, continuare,
ebbi paura di ciò, della vita,
desiderai che non mi vedessero,
che non si conoscesse la mia esistenza.
Divenni magro, pallido, assente,
non volli parlare perché non potessero
riconoscere la mia voce, non volli vedere
perché non mi vedessero,
camminando, mi strinsi contro il muro
come un’ombra che scivoli via.
Mi sarei vestito
Di tegole rosse, di fumo,
per restar lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.


La timidezza

L’etimologia di questa parola ci dice che deriva dal verbo latino timere, ossia temere . La timidezza è un atteggiamento mentale che predispone le persone a essere estremamente preoccupate della valutazione sociale che gli altri danno di loro. Come tale, essa determina un’acuta sensibilità ai possibili segnali di rifiuto. C’è la tendenza a evitare ogni persona o situazione che in qualche modo può implicare una critica all’aspetto esteriore o del comportamento della persona timida. La timidezza comporta l’assunzione e il mantenimento di un profilo molto basso, tale per cui la persona timida si astiene dall’iniziare azioni che potrebbero richiamare l’attenzione altrui su di lei . Secondo alcune ricerche di Zimbardo e Radl, che domandavano alle persone se si considerassero timide, il 42% degli intervistati ha risposto in maniera affermativa. Risulta perciò che circa una persona su due ritenga di essere timida; molte delle persone che hanno dichiarato di non essere timide, hanno comunque confessato di esserlo state in passato. In particolare è da sottolineare il fatto che la percentuale delle ragazze timide è del 50%, un problema quindi legato maggiormente al sesso femminile. La maggior parte delle persone che si sono definite timide descrivono questa caratteristica come "sgradevole" e un "problema grave" che interferisce con la loro vita.

Le origini della timidezza

Alcuni psicologi , sostengono l’esistenza di una componente genetica responsabile della timidezza. Secondo la teoria i bambini con un sistema nervoso più sensibile reagirebbero in modo eccessivo alle minacce. In questi bambini si svilupperebbe così un atteggiamento di cautela nell’approccio alle nuove situazioni sociali minacciose e di subitanea ritirata da esse come modalità di fare fronte al più elevato grado di ansia che suscitano. Le esperienze sociali apprese possono plasmare la maggior parte degli schemi di comportamento determinati geneticamente. Dalle ricerche di Zimbardo e Radl è emerso che la timidezza ha origine da diverse cause radicate nelle prime esperienze infantili e nel modo in cui tali esperienze sono percepite e interpretate dal soggetto. Alcuni bambini timidi descrivono specifiche esperienze di insuccesso nei contesti sociali, difficoltà a scuola, confronto a proprio sfavore con i fratelli e le sorelle più grandi, i parenti o i compagni. Altri, di ogni età hanno sofferto della perdita delle normali forme di sostegno sociale a causa di frequenti trasferimenti della famiglia o di improvvisi cambiamenti nei legami sociali dovuti a separazione o divorzio dai genitori, a lutti in famiglia, al passaggio a un’altra scuola, ecc. Contribuisce alla timidezza anche la semplice mancanza di esperienza nei contesti sociali, il fatto che i genitori forniscano modelli scadenti dai quali apprendere sia la gioia dell’essere estroversi sia di alcune abilità sociali di base essenziali per interagire in modo efficace, l’essere etichettati come "timidi" da persone che, agli occhi del bambino, hanno molta importanza. Infine è stato rilevato che i bambini più esposti al rischio di diventare timidi sono quelli che si relazionano bene con gli adulti, ma non con i pari. Sono diverse le cause che innescano la reazione di timidezza e vengono così riassunte, per ordine di importanza.

Persone, che vengono percepite come diverse, relativamente dotate di potere:
  1. estranei
  2. autorità
  3. persone dell’altro sesso
  4. parenti e stranieri
  5. amici
  6. genitori
  7. fratelli e sorelle
Situazioni, in cui ci si sente esposti a critiche:
  1. essere oggetto di attenzione nei grandi gruppi
  2. essere di status inferiore
  3. essere assertivi (caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale )
  4. nuove
  5. vulnerabilità
  6. interazioni con persone dell’altro sesso
  7. sociali

La timidezza tende ad essere mantenuta dalle modalità distorte che la persona timida apprende per interpretare le sue reazioni alle situazioni, tendendo spesso a distorcere anch’esse. Perciò, una delle principali strategie per l’intervento sulla timidezza consiste nel ristrutturare questi pensieri in modo che conducano a iniziative costruttive di coping, anziché alla paralisi e all’inerzia.

Caratteristiche dei comportamenti

Come viene vista dall’esterno la persona timida:

  1. Tende a conformarsi
  2. Schiva
  3. Facile all’imbarazzo
  4. Parla con voce sommessa
  5. Parla poco
  6. Condivide raramente i suoi problemi o le sue idee
  7. Inizia raramente interazioni
  8. Timorosa con gli estranei

Comportamenti adottati dalle persone timide:

  1. Hanno difficoltà a instaurare nuove relazioni
  2. Hanno difficoltà a dire ciò che pensano
  3. Sono eccessivamente consapevoli di sé e eccessivamente preoccupati delle proprie reazioni
  4. Reprimono le loro emozioni
  5. Non sono in grado di mettersi in sintonia con quanto sta succedendo intorno

Quando la timidezza è veramente grave, essere rinchiusi in quella prigione psicologica può rovinare una vita. Ma è possibile con opportune terapie aiutare queste persone , come vedremo in seguito.

Sentimenti

Paura. è la parola che ricorre continuamente sulle discussioni sulla timidezza. I quattro principali timori sono:

  1. paura di essere giudicati negativamente dagli altri
  2. paura di essere incapaci a gestire le situazioni sociali
  3. paura di essere rifiutati dalle persone
  4. paura dell’intimità (rivelare se stessi)

Ansia

Legata alle reazioni fisiche dovute alle suddette paure:

il battito cardiaco accelera, l’adrenalina aumenta, vengono i crampi allo stomaco, si suda e si arrossisce ... in un circolo vizioso che si autoalimenta per la preoccupazione che venga notato!
L’ansia diventa un tratto del carattere del timido. Essi, come sottolinea lo psichiatra Fausto Manara, hanno tuttavia il fascino della loro ritrosia e sensibilità, che non è poco, in un mondo spesso eccessivo, arrogante e sfacciato.
Manara nel suo libro dedicato a questo sentimento ne fa anche un po’ l’elogio: in una società che straripa di efficienti e di vincenti, giocare con la propria timidezza, accettarla e non mascherarla, può rappresentare addirittura una risorsa in più nel rapporto con gli altri.

Sofferenza

Legata alla consapevolezza delle proprie inabilità sociali e al riuscire a godere poco serenamente ciò che si possiede, o le esperienze che si presentano.

Scarsa autostima

Un atteggiamento comune nelle persone timide è che, prendendo ispirazione dai loro genitori, che si aspettano assolutamente troppo da loro, interiorizzano queste aspettative e se le autoimpongono, per cui, dopo, può succedere che rinuncino anche soltanto a provare, perché, se non riescono a fare una cosa perfettamente non la fanno proprio.
Quando i genitori nutrono, al contrario, aspettative irrealisticamente basse, questo loro atteggiamento può minare alla base la fiducia in se stesso nel figlio riguardo alla sua capacità di eseguire semplici compiti, adeguati al suo livello di sviluppo Isolamento. Molte perone sono talmente timide che si mettono sotto chiave senza mai concedersi la libertà di scoprire quanto potrebbero essere brave a livello sociale, scolastico o creativo.
Generalmente la timidezza, come vediamo, è accompagnata da stati d’animo negativi come l’ansia, la scarsa autostima, il senso di solitudine e la depressione.

Evoluzione

Gli studi di Cheek e Bush, hanno dimostrato che il livello di timidezza non cambia dopo i 18 anni.
Gli autori evidenziano come il passare del tempo, da solo, non sia sufficiente ad allentare le tensioni e le inibizioni caratteristiche della timidezza. Questo fattore personale può condurre a problemi persistenti di adattamento sociale.
Attraverso il colloquio con alcuni pazienti timidi è emerso comunque che, a volte, non è così importante ciò che si dice ma come lo si dice ...
Ad ogni modo curare le persone timide, che comunque soffrono di fobia sociale, è opportuno misurare di quale intensità siano gli impasse dovuti alla timidezza e in quale grado si presentino.

Valutare la timidezza e la fobia sociale

Per valutare in quale grado e intensità si presentino le difficoltà dovuti alla fobia sociale e alla timidezza, gli psicologi clinici, utilizzano delle scale di misura o test, i quali in maniera semplice e preliminare possono fornire utili informazioni sullo stato del paziente e nondimeno essere la cartina al tornasole durante lo svolgimento della terapia ed alla fine di quest’ultima.

Vediamo alcuni dei test maggiormente usati per misurare tali tipi di disturbi:

  1. Fear of Negative Evaluation (FNE) e Social Avoidance and Distress (SAD): Queste due scale di misurazione furono create per valutare le componenti cognitive (FNE, composto da 30 item) e affettive/comportamentali (SAD, 28 item) dell’ansia sociale.
  2. Social Cognition Questionnaire (SCQ): L’SCQ è stato ideato per stimare un’ampia gamma di considerazioni negative su se stessi nell’ambito della fobia sociale.

La scala può rappresentare tre dimensioni:

  1. Autoconsiderazioni negative
  2. Paura di sbagliare e mostrare ansia
  3. Paura di giudizi negativi e di attirare l’attenzione degli altri

Social Interaction Anxiety Scale (SIAS) e Social Phobia Scale (SPS) :

  1. La SIAS, composta da 20 item, valuta l’ansia da interazione sociale.
  2. La SPS, anch’essa costituita di 20 item, misura l’ansia derivata dal fatto di essere osservati.
  3. Stanford Survey on Shyness (SSS) : E’ il questionario specifico per la timidezza ed è comprensivo di sette sezioni, che insieme riescono a dare una visione globale del paziente:
  1. Informazioni generali (età, sesso, status, ecc.)
  2. Timidezza
  3. Dimensioni della timidezza
  4. Reazioni alla timidezza
  5. Conseguenze della timidezza
  6. Timidezza: un problema?
  7. Giudizi sulla timidezza negli altri

Una volta valutato il grado di timidezza e di fobia sociale del paziente, è possibile impostare una terapia cognitivo-comportamentale per superare i blocchi che ad essa sono dovuti.

Strategie e terapie per ridurre la timidezza

Per eliminare la sofferenza che la bassa autostima e la timidezza causano a tantissime persone è necessario che educhiamo le prossime generazioni a un elevato senso della moralità, dell’umanità e dell’aiuto degli altri. Dobbiamo infondere loro l’onestà e sufficiente consapevolezza perché sappiano che la differenza tra bene e male dipende dal come si considerano le altre persone e non dall’avere voti eccellenti, dall’essere un campione dello sport o una stella dello spettacolo. Significa sradicare l’ipocrisia e sostituirla con un autentico rispetto per gli esseri umani, che valorizza l’unicità di ognuno, avere compassione per le botte che la vita a volte dà e instillare nei bambini la consapevolezza che loro non sono affatto immuni dalle disgrazie, così che siano in grado di condividere la vulnerabilità al dolore dell’altra persona. Le strategie volte a ridurre la timidezza lavorano in due sensi, quindi, da un lato nel rafforzare l’autostima della persona, dall’altro spingerla a trovare il modo di relazionarsi serenamente con gli altri.


Le misure preventive da adottare per evitare che si instauri la timidezza:

L’importanza dello stare da soli per essere indipendenti:

Questo ha la duplice funzione di lasciare al timido del tempo per stare bene da soli e diventare indipendenti, quindi rafforzare l’autostima; una volta che una persona impara ad apprezzare se stessa ha comunque minori difficoltà quando si trova con gli altri.

Insegnare ai bambini a difendere i propri diritti:

Lasciare, quando sono in grado, che siano essi stessi a risolvere le questioni nate coi pari. Un intervento da parte dei genitori mina la fiducia del bambino e viene poi difficilmente recuperata.

Preparare i bambini al successo e all’insuccesso:

Tutti possono sbagliare, ma allo stesso tempo hanno diritto ad essere gratificati per aver tentato un’impresa a cui tenevano, pertanto è sconsigliabile rimarcare gli errori o avere atteggiamenti rabbiosi nei confronti dei bambini che "falliscono" sia a scuola sia in altre attività.

Insegnare ai bambini ad essere socievoli:

Lasciarli giocare coi loro pari e consigliare loro quale atteggiamento avere in certe situazioni, li fa sentire amati e liberi allo stesso tempo di stare bene insieme agli altri, sapendo di avere qualcuno su cui contare.

In che modo è possibile superare la timidezza:

Decidere di cambiare:

  1. è importante essere convinti che la timidezza non deve interferire più con la propria vita.
  2. Focalizzare in quali situazioni si esprime maggiormente la nostra timidezza
  3. Migliorare la propria autostima
  4. Migliorare il proprio aspetto personale
  5. Imparare a essere i propri migliori amici
  6. Esercitare le abilità sociali
  7. Interagire con le persone dell’altro sesso

Terapie che possono rafforzare le strategie per eliminare la timidezza:

Terapia Razionale Emotiva (RET) di Ellis

è molto utile nel caso in cui una persona timida abbia dei pensieri automatici negativi su se stessa; questa terapia cognitiva permette di trasformare convinzioni irrazionali sul proprio sé -ad es. "Sono una nullità"- in pensieri più concreti e conformi alla realtà.

Desensibilizzazione sistematica:

Viene utilizzata per superare le ansie e le fobie delle persone, esponendole gradatamente a diverse situazioni, da quelle che creano loro meno timore ed imbarazzo, a quelle in cui "si sentirebbero morire".

Lo scopo delle strategie consiste nel valutare le credenze connesse a specifici pensieri automatici negativi; il passo successivo consiste nel modificare il contenuto delle elaborazioni del concetto di sé e le tecniche di riattribuzione verbale.

Conclusioni

Come abbiamo visto in queste poche pagine, la timidezza è un tipo di fobia sociale che, se non curata, può rendere la crescita di una persona veramente difficoltosa e diventare un disturbo di adattamento sociale che impedisce poi di crescere sia emotivamente, in quanto isola dagli altri, sia professionalmente, in quanto le ansie e le paure impediscono di esprimere le proprie idee e scoperte. Questa è la testimonianza di una donna che ce la dice lunga su come, senza alcun tipo di aiuto, sia impossibile superare la timidezza:

"Durante la mia adolescenza ero così timida che a 19 anni avevo dei disturbi emozionali veri e propri e dovetti ricorrere all'aiuto di uno psicoterapeuta. Crescere è, nel migliore dei casi, un'esperienza dolorosa, ma diventa straziante per i timidi. Mentre gli altri non riuscivano a comprendere la ragione della mia mancanza di entusiasmo verso la vita, io ho sempre saputo che il mio vero problema era la timidezza. Ero terribilmente invidiosa di tutte le persone che sembravano a loro agio stando con la gente. Di tutte le persone che riuscivano a dire a parole ciò che pensavano e ciò che provavano... non solo io, ma anche tutte le persone che vivevano attorno a me soffrivano immensamente per questa malattia, che è durata 64 anni!"

è possibile impedire che i sentimenti di timidezza si instaurino in un bambino, quando viene accettato per quello che è, e quando viene sostenuto nell’affrontare la vita; un adulto timido, invece, che ha ormai instillate dentro di sé timori e idee irrazionali, necessita dell’aiuto di un terapeuta per superare la timidezza e tutti i sentimenti negativi ad essa associati e migliorare la qualità delle relazioni che vive.

Bibliografia

Anchisi, R., Gambotto Dessy, M., Non solo comunicare, Torino, Ed. Libreria Cortina, 1995
Manara, F., Timidezza. Paure e fascino di un sentimento, Milano, Sperling & Kupfer, 1997
Pasini, W., La vita è semplice, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998
Wells,A., Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, a cura di Claudio Sica, Milano, Mc Graw-Hill, 1999
Zanichelli, N., Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zingarelli, 1970
Zimbardo, P. G; Radl, S. L., Il bambino timido, Edizioni Erickson, Trento

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