Ecologia della mente
Figlia. Papà, che cos’è un istinto?
Padre. Un istinto, tesoro, è un principio esplicativo.
F. Ma che cosa spiega?
P. Ogni cosa. quasi ogni cosa. Ogni cosa che si voglia "spiegare con esso".
F. Non dire sciocchezze. Non spiega la forza di gravità.
P. No. Ma è così perché, nessuno vuole che l’’istinto’ spieghi la forza di gravità. Se qualcuno volesse, la spiegherebbe. Si potrebbe semplicemente dire che la luna ha un istinto la cui forza varia in maniera inversamente proporzionale al quadrato della distanza.
F. Ma non ha senso, papà.
P. Sì, d’accordo. Ma sei tu che hai tirato fuori l’’istinto’, non io.
F. D’accordo. ma allora che cos’è che spiega la forza di gravità?
P. Niente, tesoro, perché, la forza di gravità è un principio esplicativo.
F. Ah.
F. Vuoi dire che non si può usare un principio esplicativo per spiegarne un altro? Mai?
P. Uhm, quasi mai. Questo è ciò che Newton intendeva quando diceva "hypotheses non fingo".
F. E che cosa vuol dire?
P. Be’, sai che cosa sono le ’ipotesi’. Ogni proposizione che colleghi tra loro due proposizioni descrittive è un’ipotesi. Se dici che il primo febbraio c’era la luna piena e che il primo marzo c’era di nuovo, e poi colleghi queste due proposizioni in qualche modo, la proposizione che le collega è un’ipotesi.
F. Sì, e so anche che cosa vuol dire "non". Ma "fingo" che cosa vuol dire?
P. Be’, "fingo" è un termine della tarda latinità che significa ’fabbrico’. Da esso si forma un sostantivo, "fictio", da cui proviene la parola ’finzione’ che oggi è spesso intensa come ’fabbricazione non vera’.
F. Papà, vuoi dire che il signor Isacco Newton pensava che tutte le ipotesi fossero solo "fabbricate" come le storie?
P. Sì, proprio così.
F. Ma non è stato lui a scoprire la gravità? Con la mela?
P. No, tesoro, l’ha inventata.
F. Oh, papà, e chi ha inventato l’istinto?
P. Non lo so. Probabilmente è nella Bibbia.
F. Ma se l’idea della gravità collega insieme due proposizioni descrittive, allora dev’essere un’ipotesi.
P. Certo.
F. Allora Newton "fabbricava" ipotesi, dopo tutto.
P. Sì, certo che le fabbricava. Era un grandissimo scienziato.
F. Oh.
F. Papà, un principio esplicativo è lo stesso che un’ipotesi?
P. Quasi, ma non proprio. Vedi, un’ipotesi cerca di spiegare qualche fatto particolare, ma un principio esplicativo - come la ’gravità’ o l’’istinto’ - in realtà non spiega niente. E’ una specie di accordo convenzionale tra gli scienziati perché, a un certo punto si smetta di cercar di spiegare le cose.
F. Allora è questo che Newton intendeva? Se la ’gravità’ non spiega niente, ma è solo una specie di punto fermo alla fine di un rigo di spiegazione, allora inventare la gravità non era come inventare un’ipotesi, e lui poteva affermare di non "fingere" alcuna ipotesi.
P. Proprio così. Non c’è spiegazione per un principio esplicativo. E’ come una scatola nera.
F. Oh.
F. Papà, che cos’è una scatola nera?
P. Una ’scatola nera’ è un accordo convenzionale tra gli scienziati perché, a un certo punto si smetta di cercar di spiegare le cose. Di solito credo che sia un accordo temporaneo.
F. Ma detto così non ha l’aria di una scatola nera.
P. No, ma così l’hanno chiamata. Spesso le cose non rassomigliano ai loro nomi.
F. E’ vero.
P. E’ una parola introdotta dagli ingegneri. Quando disegnano lo schema di una macchina complicata, usano una specie di stenografia: invece di tracciare tutti i particolari, mettono una scatola al posto di un mucchio di parti e battezzano la scatola con un nome che indica ciò che quel mucchio di parti dovrebbe "fare".
F. Allora una ’scatola nera’ è un’etichetta per quello che tutte quelle parti dovrebbero fare,
P. Esatto. Ma non è una spiegazione di "come" quelle parti funzionano.
F. E la gravità?
P. E’ un’etichetta per quello che fa la gravità. Non è una spiegazione di come lo fa.
F. Oh.
F. Papà, che cos’è un istinto?
P. E’ un’etichetta per quello che si pensa debba fare una certa scatola nera.
F. Ma qual è il suo compito?
P. Uhm. Questa è una domanda molto difficile.
F. Dài, dimmelo.
P. Be’, dovrebbe regolare - regolare in parte - quello che fa un organismo.
F. Le piante hanno istinti?
P. No. Se un botanico usasse la parola ’istinto’ a proposito delle piante, sarebbe accusato di zoomorfismo.
F. Ed è una brutta cosa?
P. Sì, molto brutta per un botanico. Per un botanico esser colpevole di zoomorfismo è brutto come per uno zoologo esser colpevole di antropomorfismo. Proprio una brutta cosa.
F. Oh, capisco.
F. E che cosa intendevi quando hai detto "regolare in parte"?
P. Be’, vedi, se un animale cade da una rupe, la sua caduta è regolata dalla forza di gravità. Ma se, cadendo, si divincola, ciò potrebbe essere effetto dell’istinto.
F. Istinto di autoconservazione?
P. Penso di sì.
F. Che cosa vuol dire ’auto’, papà? Un cane sa di avere un ’auto’?
P. Non so. Ma se il cane lo sa e si divincola per salvarsi, allora il suo divincolarsi è "razionale", non istintivo.
F. Ah. Allora un ’istinto di autoconservazione’ è una contraddizione.
P. Be’, è una specie di casa a metà strada verso l’antropomorfismo.
F. Ah. Questa è una brutta cosa.
P. Ma il cane potrebbe "sapere" di avere un ’auto’ e non sapere che quell’’auto’ dev’essere conservato. Allora sarebbe razionale "non" divincolarsi, e quindi se il cane si divincola, ciò è di nuovo istintivo. Ma se avesse imparato a divincolarsi, allora non sarebbe istintivo.
F. Ah.
F. Che cosa non sarebbe istintivo, papà? Imparare o divincolarsi?
P. No, solo il divincolarsi.
F. E imparare sarebbe istintivo?
P. Beh, sì. A meno che il cane non avesse da "imparare" a imparare.
F. Ah.
F. Ma, papà, un istinto che cosa dovrebbe spiegare?
P. Continuo a cercar di scansare questa domanda. Vedi, gli istinti furono inventati prima che si sapesse niente di genetica, e la maggior parte della genetica moderna è stata scoperta prima che si sapesse niente di teoria della comunicazione. Quindi è doppiamente difficile tradurre ’istinto’ in termini e concetti moderni.
F. D’accordo, continua.
P. Be’, sai che nei cromosomi ci sono i geni; e che i geni sono una specie di messaggio che hanno a che fare col modo in cui l’organismo si sviluppa e con la sua maniera di comportarsi.
F. Lo sviluppo è diverso dal comportamento, papà? Qual è la differenza? E quale dei due si apprende? Lo ’sviluppo’ o il ’comportamento’?
P. No! No! Che furia! Evitiamo queste domande mettendo tutto insieme in un fascio, sviluppo-apprendimento-comportamento. Un unico spettro di fenomeni. Ora vediamo come l’istinto contribuisce a spiegare questo spettro.
F. Ma è uno spettro?
P. No, è solo un modo di dire approssimato.
F. Oh.
F. Ma l’istinto non sta tutto sull’estremo dello ’spettro’ vicino al comportamento? E l’apprendimento non è tutto determinato dall’ambiente e non dai cromosomi?
P. Chiariamo questo punto: che nei cromosomi in s‚ non esiste n‚ comportamento, n‚ anatomia, n‚ apprendimento.
F. Ma non hanno la loro anatomia?
P. Sì, naturalmente. E anche la loro fisiologia. Ma l’anatomia e la fisiologia dei cromosomi "non" sono l’anatomia e la fisiologia dell’intero animale.
F. No, naturalmente.
P. Ma "riguardano" l’anatomia e la fisiologia dell’intero animale.
F. Anatomia che "riguarda" l’anatomia?
P. Sì, proprio come le lettere e le parole hanno le loro forme e quelle forme sono parti di parole o frasi e così via - che possono "riguardare" qualunque cosa.
F. Oh.
F. Papà, l’anatomia dei geni e dei cromosomi riguarda l’anatomia dell’intero animale? E la fisiologia dei geni e dei cromosomi riguarda la fisiologia dell’intero animale?
P. No. no. Non c’è motivo per crederlo. Non è così. L’anatomia e la fisiologia non sono separate a quel modo.
F. Papà, vuoi mettere l’anatomia e la fisiologia insieme in un fascio come hai fatto con lo sviluppo-apprendimento-comportamento?
P. Sì, certo.
F. Ah.
F. Lo "stesso" fascio?
P. Perché, no? Penso che lo "sviluppo" stia nel mezzo del fascio. Proprio nel mezzo spaccato.
F. Ah.
F. Se i cromosomi e i geni hanno un’anatomia e una fisiologia, debbono avere uno sviluppo.
P. Sì. E’ una conseguenza.
F. Pensi che il loro sviluppo potrebbe "riguardare" lo sviluppo dell’intero organismo?
P. Non so neppure che cosa potrebbe significare questa domanda.
F. Io sì. Significa che i cromosomi e i geni in qualche modo si modificherebbero e si svilupperebbero mentre il bambino si sviluppa e che le modifiche dei cromosomi "riguarderebbero" le modifiche del bambino. Regolandole, o regolandole "in parte".
P. No, non credo.
F. Ah.
F. I cromosomi "apprendono"?
P. Non lo so.
F. Mi hanno più l’aria di scatole nere.
P. Sì, ma se i cromosomi o i geni apprendono, allora sono scatole nere molto più complicate di quanto oggi non si creda. Gli scienziati ritengono o sperano sempre che le cose siano semplici, e poi scoprono che non lo sono.
F. Sì, papà.
F. Papà, questo è un istinto?
P. Questo, quale?
F. Pensare che le cose siano semplici.
P. No. Naturalmente no. Lo si deve insegnare, questo, agli scienziati.
F. Ma io pensavo che a nessun organismo fosse possibile insegnare a sbagliare sempre.
P. Signorina, lei è insolente ed è in errore. In primo luogo gli scienziati non sbagliano tutte le volte che ritengono che le cose siano semplici. Molto spesso hanno ragione, almeno in parte, e ancora più spesso credono di aver ragione, e se lo dicono l’un l’altro. E questo è un rinforzo sufficiente. E comunque hai torto quando dici che a nessun organismo si può insegnare a sbagliare sempre.
F. Quando si dice che qualcosa è ’istintivo’, si sta cercando di semplificare le cose?
P. Sì, certo.
F. E si sbaglia?
P. Non lo so. Dipende da quello che s’intende.
F. Ah.
F. "Quando" si dice così?
P. Be’, questo è un modo migliore di porre la domanda. Lo si fa quando si vede una creatura che fa qualcosa e si è sicuri: primo, che quella creatura non ha appreso a far quella cosa, e, secondo, che la creatura è troppo stupida per capire perché, dovrebbe far così.
F. Qualche altra volta?
P. Sì. Quando si vede che tutti i membri di quella specie fanno le stesse cose nelle stesse circostanze; e quando si vede che l’animale ripete la stessa azione anche quando le circostanze cambiano in modo tale da portare quell’azione all’insuccesso.
F. Quindi vi sono quattro modi di sapere che è un istinto.
P: No. Quattro condizioni nelle quali gli scienziati parlano di istinto.
F. E che cosa succede se una condizione non è verificata? Un istinto sembra piuttosto come un’abitudine, o una usanza.
P. Ma le abitudini si apprendono.
F. Già.
F. Le abitudini si apprendono sempre "due volte"?
P. Che cosa vuoi dire?
F. Voglio dire, quando studio un accordo sulla chitarra, prima imparo dove si trovano le note; e poi, più tardi, quando mi esercito, prendo "l’abitudine" di suonarle in quel modo. E a volte prendo cattive abitudini.
P. Apprendendo a sbagliare "sempre"?
F. Ah, già, d’accordo. Ma la faccenda di apprendere due volte? Se suonare la chitarra fosse istintivo, mancherebbero "tutte e due" le parti dell’apprendimento?
P. Sì. Se mancassero in modo chiaro tutte e due le parti dell’apprendimento, gli scienziati potrebbero dire che suonare la chitarra è istintivo.
F. E se mancasse una sola parte dell’apprendimento?
P. Allora, logicamente, la parte mancante potrebbe essere spiegata con l’’istinto’.
F. Potrebbe mancare "una qualunque" delle due parti?
P. Non lo so. Credo che non lo sappia nessuno.
F. Ah.
F. Gli uccelli si "esercitano" per i loro canti?
P. Sì. Si dice che alcuni uccelli facciano esercizio.
F. Io penso che l’istinto fornisca loro la prima parte del canto, ma che poi loro debbano lavorare sulla seconda.
P. Può darsi.
F. "Fare esercizio" potrebbe essere istintivo?
P. Penso di sì, ma non so quale stia diventando il significato della parola ’istinto’ in questa conversazione.
F. Ma è un principio esplicativo, papà, proprio come hai detto tu, C’è una cosa che non capisco.
P. Sì?
F. C’è una sola categoria di istinti? O ci sono molte categorie di istinti?
P. Sì. Questa è una domanda interessante, e gli scienziati ci hanno discusso un bel po’, facendo vari elenchi di istinti separati e poi raggruppandoli di nuovo insieme.
F. E qual’è la risposta?
P. Be’, non è proprio chiaro. Ma una cosa è certa: che i principi esplicativi non debbono essere moltiplicati oltre il necessario.
F. E questo che cosa vuol dire? Eh?
P. E’ l’idea di base del monoteismo, che l’idea di un unico grande dio è da preferirsi all’idea di due piccoli dèi.
F. Dio è un principio esplicativo?
P. Oh, sì, e grandissimo. Non si dovrebbero usare due scatole nere - o due istinti - per spiegare ciò che potrebbe spiegare una sola scatola nera.
F. Se fosse abbastanza grande.
P. No. Voglio dire,
F. Ma ci sono istinti grandi e istinti piccoli?
P. Be’, in realtà gli scienziati parlano come se ci fossero. Ma i piccoli istinti li chiamano con altri nomi: ’riflessi’, ’meccanismi innati di scatenamento’, ’coordinazioni ereditarie’, eccetera,
F. Capisco, è come avere un grande dio per spiegare l’universo e un sacco di piccoli ’spiriti’ o ’folletti’ per spiegare le piccole cose che succedono.
P. Be’, sì. Più o meno così.
F. Ma, papà, come fanno a raggruppare le cose insieme per costruire i grandi istinti?
P. Be’, per esempio non dicono che il cane ha un istinto che lo fa divincolare quando cade dalla rupe e un altro che lo fa scappare davanti al fuoco.
F. Vuoi dire che tutte e due queste cose sarebbero spiegate da un unico istinto di autoconservazione?
P. Qualcosa del genere, sì.
F. Ma se metti insieme queste diverse azioni sotto un unico istinto, allora sei costretto a dire che il cane si serve della nozione di ’auto’.
P. No, forse no.
F. E come diresti per l’istinto del canto e per l’istinto di esercitarsi nel canto?
P. Be’, dipende dallo scopo per cui si canta. Sia il canto sia l’esercizio potrebbero essere compresi in un istinto territoriale o un istinto sessuale.
F. Io non li metterei insieme.
P. No?
F. Perché, come faresti se l’uccello si esercitasse anche a raccogliere i semi o a fare qualcos’altro? Dovresti moltiplicare gli istinti, com’è che hai detto?, oltre il necessario.
P. Cioè?
F. Voglio dire, un istinto cibario per spiegare l’esercizio di raccogliere i semi, e un istinto territoriale per spiegare l’esercizio del canto. Perché, non un istinto a "esercitarsi" per spiegarli tutti e due? Così si risparmia una scatola nera.
P. Però allora non si raggrupperebbero più insieme sotto lo stesso istinto azioni che hanno lo stesso fine.
F. Sì, perché, se l’esercitarsi ha un fine, cioè se "l’uccello" ha un fine - allora l’esercitarsi è "razionale" e non istintivo. Non hai detto qualcosa del genere?
P. Sì, ho detto qualcosa del genere.
F. Si potrebbe fare a meno del concetto di ’istinto’?
P. Come faresti allora a spiegare le cose?
F. Be’, guarderei solo alle piccole cose: quando qualcosa fa una botta, il cane sobbalza. Quando gli manca la terra sotto i piedi, si divincola, eccetera.
P. Vuoi dire, tutti folletti e niente dèi?
F. Sì, qualcosa del genere.
P. Be’, vi sono scienziati che cercano di dirla in questi termini, e sta diventando proprio di moda. Dicono che è più "oggettivo".
F. E lo è?
P. Oh, sì.
F. Che cosa vuol dire ’oggettivo’?
P. Be’, vuol dire che si guarda con molta attenzione alle cose che si è deciso di guardare.
F. Mi pare giusto. Ma come fanno le persone oggettive a scegliere le cose riguardo alle quali saranno oggettive?
P. Be’, scelgono quelle cose per le quali è facile essere oggettivi.
F. Vuoi dire facile per loro?
P. Sì.
F. Ma come fanno a "sapere" che quelle sono le cose facili?
P. Credo che provino con varie cose e che poi le trovino con l’esperienza.
F. Quindi è una scelta soggettiva?
P. Oh, sì. Ogni esperienza è soggettiva.
F. Ma è "umana" e soggettiva. Loro decidono quali sono le parti del comportamento animale su cui essere oggettivi ricorrendo all’esperienza soggettiva umana. Non hai detto che l’antropomorfismo è una brutta cosa?
P. Sì, ma loro cercano di non essere umani.
F. E che cosa scartano?
P. Cosa vuoi dire?
F. Voglio dire, l’esperienza soggettiva mostra loro su quali cose è facile essere oggettivi. Allora prendono e si mettono a studiare queste cose. Ma quali sono le cose che l’esperienza mostra che sono difficili, così che possano evitarle? Quali sono le cose che evitano?
P. Be’, prima hai parlato di una cosa chiamata ’esercizio’. Ecco una cosa su cui è difficile essere oggettivi. E vi sono altre cose che sono difficili allo stesso modo. Il "gioco" per esempio. E l’"esplorazione". E’ difficile giudicare con oggettività se una cavia, per esempio, sta "veramente" esplorando, o "veramente" giocando. Quindi loro non studiano queste cose. Poi anche l’amore. E, naturalmente, l’odio.
F. Capisco. Queste sono le cose per cui volevo inventare istinti separati.
P. Certo, tutte queste cose. E non dimenticare l’umorismo.
F. Papà, gli animali sono oggettivi?
P. Non lo so, probabilmente no. Ma non credo neppure che siano soggettivi. Non credo che siano separati in questo modo.
F. Non è vero che le persone trovano una particolare difficoltà a essere oggettive sulle parti più animali della loro natura?
P. Credo di sì. Comunque Freud diceva così, e ritengo che avesse ragione. Perché, me lo chiedi?
F. Perché,, accidenti, quei poveretti! Cercano di studiare gli animali. E si specializzano in quelle cose che possono studiare in modo oggettivo. E possono essere oggettivi solo su quelle cose in cui essi stessi meno somigliano agli animali. Dev’essere proprio difficile per loro.
P. No, non è necessariamente vero. E’ lo stesso possibile per l’uomo essere oggettivo su "alcuni" aspetti della sua natura animale. Tu non hai mica dimostrato che tutto il comportamento animale è contenuto nell’insieme di quelle cose su cui l’uomo non sa essere oggettivo.
F. No?
F. Quali sono le differenze veramente importanti tra l’uomo e gli animali?
P. Be’, l’intelletto, il linguaggio, gli strumenti. Cose di questo genere.
F. Ed è facile per gli uomini essere intellettualmente oggettivi sul linguaggio e sugli strumenti?
P. Sì, lo è.
F. Allora questo significa che negli uomini c’è un insieme di idee, o che so io, che sono tutte legate insieme. Una specie di seconda creatura dentro la persona, e questa seconda creatura deve avere un modo completamente diverso di pensare ogni cosa. Un modo oggettivo.
P. Sì. La strada maestra verso la coscienza e l’oggettività passa attraverso il linguaggio e gli strumenti.
F. Ma che succede quando questa creatura guarda tutte quelle porzioni della persona su cui è difficile per la gente essere oggettivi? Guarda soltanto? Oppure ci si immischia?
P. Ci si immischia.
F. E che succede?
P. Questa domanda è veramente terribile.
F. Avanti, avanti. Se dobbiamo studiare gli animali dobbiamo affrontare questa domanda.
P. Be’, I poeti e gli artisti conoscono la risposta meglio degli scienziati. Voglio leggerti un brano:
"Il "Pensiero" mutò l’infinito in un serpente, ciò che ha pietà
in una fiamma divorante; e l’uomo fuggì dal suo cospetto e si nascose
in foreste di buio: poi tutte le eterne foreste furono divise
in terre che roteavano in cerchi di spazio, che come l’oceano s’avventarono
e sommersero tutto tranne questa muraglia finita di carne.
Allora il tempio del serpente prese forma, immagine dell’infinito
chiuso in rivoluzioni finite; e l’uomo divenne un Angelo,
il Cielo un possente cerchio roteante, Dio un tiranno incoronato".
W. Blake, "Europe a Prophecy", 1794.
F. Non ho capito. Sembra terribile, ma che vuol dire?
P. Be’, non si tratta di un’affermazione oggettiva, perché, parla dell’"effetto" dell’oggettività - ciò che il poeta chiama "pensiero" - sull’intera persona o sull’intera vita. Il "pensiero" dovrebbe restare una parte del tutto ma invece si diffonde e interferisce col resto.
F. Continua, su.
P. Ecco. Affetta tutto e ne fa tanti pezzi.
F. Non ti capisco.
P. Be’, il primo taglio è tra la cosa oggettiva e il resto. E poi "dentro" la creatura che è costruita sul modello di intelletto, linguaggio e strumenti, è naturale che si sviluppi la "finalità". Gli strumenti servono a certi fini, e tutto ciò che blocca la finalità è un impaccio. Il mondo della creatura oggettiva si divide in cose ’utili’ e in cose ’nocive’.
F. Sì, questo lo capisco.
P. Bene. Poi la creatura applica questa divisione al mondo dell’intera persona e l’’utile’ e il ’nocivo’ diventano il Bene e il Male, e con ciò il mondo è diviso tra Dio e il serpente. E poi, via via, si susseguono altre divisioni, perché, l’intelletto continuamente classifica e ripartisce le cose.
F. Moltiplicando i princìpi esplicativi oltre il necessario?
P. Esatto.
F. Così è inevitabile che quando la creatura oggettiva guarda gli animali, divida le cose e renda gli animali simili a esseri umani "dopo" che l’intelletto ne abbia invaso l’anima.
P. Precisamente. E’ una specie di antropomorfismo inumano.
F. E questo è il motivo per cui le persone oggettive studiano tutti i piccoli folletti invece che le cose grandi?
P. Sì. Si chiama psicologia S-R. E’ facile essere oggettivi sul sesso, ma non sull’amore.
F. Papà, abbiamo parlato di due modi di studiare gli animali - il modo coi grandi istinti e il modo S-R, e nessuno dei due è parso molto convincente. Che cosa sappiamo adesso?
P. Non lo so.
F. Non hai detto che la strada maestra verso l’oggettività e la coscienza è costituita dal linguaggio e dagli strumenti? Qual è la strada maestra verso l’altra metà?
P. Freud diceva i sogni.
F. Ah.
F. Che cosa sono i sogni? Di che cosa son fatti?
P. Be’, i sogni sono brandelli e pezzetti della materia di cui siamo fatti noi. La materia non oggettiva.
F. Ma come sono messi insieme?
P. Senti, non ci stiamo allontanando un po’ dal problema di spiegare il comportamento degli animali?
F. Non lo so, ma non credo. Mi pare che in un modo o nell’altro ci avviamo a diventare antropomorfi, qualunque cosa facciamo. Ed è ovviamente sbagliato costruire il nostro antropomorfismo su quel lato della natura dell’uomo in cui egli è più diverso dagli animali. Allora proviamo dall’altra parte. Tu dici che i sogni sono la strada maestra verso l’altra parte. Dunque,
P. Non lo dico io. L’ha detto Freud. O qualcosa del genere.
F. D’accordo. Ma come sono messi insieme i sogni?
P. Cioè come due sogni sono in relazione l’uno con l’altro?
F. No, perché,, come hai detto, sono solo brandelli e pezzetti. Voglio dir questo: com’è composto un sogno nel suo stesso interno? Il comportamento degli animali potrebbe essere composto allo stesso modo?
P. Non so da che parte cominciare.
F. Allora: i sogni dicono sempre l’opposto?
P. Dio mio! La vecchia idea popolare. No, essi non anticipano il futuro. I sogni sono come sospesi nel tempo. Essi non hanno tempi.
F. Ma se una persona teme una cosa che sa che accadrà l’indomani, può sognarsela di notte?
P. Certamente. Può anche sognare qualcosa del suo passato, o del passato e del presente. Ma il sogno non contiene alcuna etichetta che indichi a che cosa si ’riferisca’ in questo senso. E’ e basta.
F. Vuoi dire che è come se il sogno non avesse titolo?
P. Si. E’ come un vecchio manoscritto o una lettera che abbia perduto il principio e la fine, e lo storico deve congetturare a che cosa si riferisce e chi lo ha scritto e quando, da ciò che vi si trova "dentro".
F. Allora di nuovo dobbiamo essere oggettivi?
P. Sicuro. Ma sappiamo che si deve far attenzione. Dobbiamo stare attenti a non forzare i concetti della creatura che opera col linguaggio e con gli strumenti sul materiale del sogno.
F. Cioè, che cosa vuoi dire?
P. Ecco. Ad esempio: se i sogni sono come privi di tempi e sono come sospesi nel tempo, allora dire che un sogno ’anticipa’ qualcosa sarebbe forzare un tipo errato di oggettività. Ed egualmente sbagliato sarebbe dire che è una proposizione relativa al passato. Non è storia.
F. E’ solo propaganda?
P. Che cosa vuoi dire?
F. Voglio dire, è come quelle storie che i propagandisti scrivono e dicono che sono la storia, ma invece sono soltanto favole?
P. D’accordo. Sì. Per molti rispetti i sogni sono come miti e favole. Ma non sono fabbricati coscientemente da un propagandista. Non sono programmati.
F. Il sogno ha sempre una morale?
P. Non so se ce l’ha "sempre". Ma "spesso" sì. La morale però non è enunciata nel sogno. Lo psicanalista cerca di far trovare la morale al paziente. In realtà l’intero sogno è la morale.
F. Che cosa vuol dire questo?
P. Non te lo saprei dire con precisione.
F. Allora, i sogni dicono sempre l’opposto? La morale è l’opposto di quello che il sogno sembra dire?
P. Oh, sì. Spesso. I sogni hanno spesso un’impronta ironica o sarcastica. Una specie di "reductio ad absurdum".
F. Per esempio?
P. Ecco. Un mio amico era stato pilota militare durante la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra diventò psicologo, e dovette affrontare l’esame orale per il suo dottorato. Cominciò ad aver paura dell’orale, ma la notte prima dell’esame ebbe un incubo in cui fece di nuovo l’esperienza di trovarsi in un aereo che era stato abbattuto. Il giorno dopo andò all’esame senza alcuna paura.
F. Perché,?
P. Perché, era sciocco che un pilota di guerra avesse paura di un branco di professori universitari che non potevano abbatterlo "realmente".
F. Ma come faceva a saperlo? Il sogno avrebbe anche potuto significare che i professori lo "avrebbero" abbattuto. Come poteva sapere che era ironico?
P. Uhm. Il fatto è che non lo sapeva. Il sogno non ha un’etichetta sopra che dica che è ironico. E quando uno fa dell’ironia nella conversazione, da sveglio, spesso non ti dice che sta facendo dell’ironia.
F. No. E’ vero. Penso sempre che sia un po’ una crudeltà.
P. Sì, spesso lo è.
F. Papà, gli animali sono mai ironici o sarcastici?
P. No. Non credo. Ma non sono sicuro che queste siano le parole che dovremmo usare. ’Ironico’ e ’sarcastico’ sono parole adatte per l’analisi del contenuto dei messaggi nel linguaggio. Forse è un aspetto del tipo sbagliato di oggettività.
F. D’accordo. E gli animali, allora, procedono per opposti?
P. Be’, sì. In effetti, sì. Ma non so se si tratta della stessa cosa,
F. Avanti, su. "Come" fanno? E quando?
P. Ecco. Tu sai come un cucciolo si mette sulla schiena e presenta la pancia a un cane più grande. E’ come un invito all’attacco rivolto al cane grande: ma ha proprio l’effetto contrario. Ferma l’attacco del cane grande.
F. Sì, capisco. E’ una specie di uso degli opposti. Ma lo "sanno", loro?
P. Vuoi dire se il cane grande sa che il cagnolino sta dicendo l’opposto di quello che vuol dire? E se il cagnolino sa che quello è il modo per fermare il cane grande?
F. Sì.
P. Non lo so. A volte penso che il cagnolino la sappia un po’ più lunga del cane grande. Comunque il cagnolino non emette alcun segnale per far vedere che lo sa. Chiaramente non è in grado di farlo.
F. Allora è come il sogno. Non c’è alcuna etichetta che dica che il sogno procede per opposti.
P. E’ vero.
F. Credo che stiamo facendo qualche progresso. I sogni procedono per opposti e gli animali procedono per opposti, e n‚ gli uni n‚ gli altri portano etichette che dicano quando procedono per opposti.
P. Uhm.
F. Perché, gli animali combattono?
P. Oh, per molte ragioni. Territorio, sesso, cibo,
F. Papà, stai parlando come quelli della teoria degli istinti. Mi sembrava che avessimo deciso di non farlo.
P. Sta bene. Ma che razza di risposta vuoi alla domanda perché, gli animali combattono?
F. Be’. Procedono per opposti?
P. Oh, sì. Un gran numero di combattimenti terminano in una specie di pacificazione. E certamente il combattimento per gioco è in parte un modo per affermare l’amicizia. O di scoprire o riscoprire l’amicizia.
F. Lo supponevo,
F. Ma perché, mancano le etichette? E’ lo stesso motivo sia negli animali che nei sogni?
P. Non lo so. Ma, vedi, non sempre i sogni procedono per opposti.
F. No, no, naturalmente, e neppure gli animali.
P. Benissimo, allora.
F. Torniamo a quel sogno. Il suo effetto complessivo su quell’uomo fu lo stesso che se qualcuno gli avesse detto: ’tu in un aereo da caccia’ non è la stessa cosa che ’tu in un esame orale’.
P. Sì, ma il sogno non articola così bene la cosa. Dice soltanto: "tu in aereo da caccia". Omette il ’non’ e omette l’istruzione di confrontare il sogno con qualcos’altro, e non dice con che cosa lo si dovrebbe confrontare.
F. D’accordo. Consideriamo prima il ’non’. C’è qualche ’non’ nel comportamento degli animali?
P. Come potrebbe esserci?
F. Voglio dire, un animale con la sua azione può dire: "Non ti morderò"?
P. Be’, tanto per cominciare, la comunicazione tramite azioni non può in alcun modo avere tempi. I tempi si possono avere solo nel linguaggio.
F. Non hai detto che i sogni non hanno tempi?
P. Uhm. Sì, l’ho detto.
F. D’accordo. E per il ’non’? L’animale può dire: "Non ti sto mordendo"?
P. Questo contiene ancora un tempo. Ma non importa. Se l’animale non "sta" mordendo l’altro, non lo sta mordendo e basta.
F. Ma potrebbe non star facendo un sacco di altre cose, dormire, mangiare, correre, eccetera. Come può dire: "E’ mordere che non sto facendo"?
P. Può farlo soltanto se il mordere è stato in qualche modo menzionato.
F. Cioè potrebbe dire: "Non ti sto mordendo" prima mostrando le zanne e "poi" non mordendo?
P. Sì. Qualcosa del genere.
F. E se si tratta di "due" animali? Dovrebbero mostrare le zanne tutti e due?
P. Sì.
F. E, mi sembra, potrebbero fraintendersi e mettersi a combattere.
P. Sì, c’è sempre questo pericolo quando si procede per opposti e non si dice o non si può dire quello che si sta facendo, specialmente quando non si sa quello che si sta facendo.
F. Ma gli animali saprebbero di aver mostrato le zanne per dire: "Non ti morderò".
P. Non ne sono sicuro. E’ certo che nessuno dei due animali sa questo a proposito dell’altro. Chi sogna non sa all’inizio del sogno come esso andrà a finire.
F. Allora è una specie di esperimento,
P. Sì.
F. Quindi potrebbero mettersi a combattere per vedere se quello che dovevano fare era combattere.
P. Sì, ma metterei le cose, in modo meno finalizzato. Cioè il combattimento mostra loro quale tipo di relazione c’è tra loro, dopo che è avvenuto. Non è programmato.
F. Allora il ’non’ non esiste in realtà quando gli animali si mostrano le zanne?
P. Credo di no. O almeno spesso no. Forse due vecchi amici potrebbero mettersi a combattere per gioco e sapere fin dall’inizio quello che stanno facendo.
F. Bene. Allora il ’non’ manca del comportamento animale perché‚ ’non’ è una parte del linguaggio verbale, e non può esistere alcuna azione che segnali il ’non’. E poiché non esiste il ’non’, l’unico modo di accordarsi su una negazione è quello di eseguire tutta la "reductio ad absurdum". Si deve rappresentare il combattimento per dimostrare che non è tale, e poi si deve rappresentare l’atto di sottomissione per dimostrare che l’altro non ti mangerà.
P. Sì.
F. Gli animali hanno dovuto pensarci su, a tutto questo?
P. No, perché, era tutto "necessariamente" vero. E ciò che è necessariamente vero condizionerà ciò che fai anche se non sai che è necessariamente vero. Se aggiungi due mele a tre mele avrai cinque mele, anche se non sai contare. E’ un altro modo di ’spiegare’ le cose.
F. Ah.
F. Ma allora perché, il sogno omette il ’non’?
P. Credo proprio per un motivo abbastanza simile. I sogni sono per lo più fatti di immagini e sentimenti e se tu devi comunicare mediante immagini e sentimenti e cose del genere, sei di nuovo condizionata dal fatto che non esiste un’immagine per il ’non’.
F. Ma si potrebbe sognare un segnale di ’Stop’ con una sbarra che vorrebbe dire ’Non stop’.
P. Sì, ma qui siamo sulla strada verso il linguaggio. E la sbarra non è la parola ’non’. E’ la parola ’no’ imperativa. Il ’no’ può essere espresso nel linguaggio delle azioni, se "l’altra" persona fa una mossa per ricordare ciò che tu vuoi proibire. Si può anche fare un sogno con parole, e tra queste ci potrebbe essere la parola ’non’. Ma dubito che si possa sognare un ’non’ che si riferisca al sogno. Voglio dire un ’non’ che significhi: "Questo sogno non dev’essere preso alla lettera". A volte, quando il sonno è molto leggero, sappiamo che stiamo sognando.
F. Ma, papà, ancora non hai risposto alla domanda come sono messi insieme i sogni.
P. Veramente credo di aver risposto. Ma ci voglio provare di nuovo. Un sogno è una metafora o un groviglio di metafore. Sai che cos’è una metafora?
F. Sì. Se dico che sei "come" un porcello, questa è una similitudine, ma se dico che "sei" un porcello, questa è una metafora.
P. Più o meno, sì. Quando una metafora è "segnalata" come tale, diviene una similitudine.
F. E sono questi segnali che mancano nel sogno.
P. Esatto. Una metafora confronta due cose senza articolare il confronto. Prende ciò che vale per un gruppo di cose e lo applica a un altro gruppo. Quando diciamo che una nazione ’si corrompe’, usiamo una metafora, che esprime che certi cambiamenti in una nazione sono simili ai cambiamenti che i batteri producono in un frutto. Ma non ci curiamo di menzionare il frutto o i batteri.
F. E un sogno è così?
P. No. E’ l’opposto. Il sogno menzionerebbe il frutto e forse i batteri ma non menzionerebbe la nazione. Il sogno elabora la "relazione" ma non identifica i termini della relazione.
F. Papà, potresti fabbricarmi un sogno?
P. Vuoi dire, con questa ricetta? No. Prendiamo il brano di poesia che ti ho letto poco fa e facciamone un sogno. Già così com’è è quasi materiale di sogno. Per la maggior parte del brano basta solo mettere immagini al posto delle parole. E già le parole sono abbastanza vivide. Ma l’intera sequenza di metafore o immagini è ancorata, mentre in un sogno non sarebbe così.
F. Che vuol dire ’ancorata’?
P. Voglio dire dalla prima parola, ’Il Pensiero’. Questa parola lo scrittore la usa in modo letterale, e questa sola parola ti dice a che cosa si riferisce il resto.
F. E in un sogno?
P. Anche questa parola sarebbe stata metaforica. E allora tutta la poesia sarebbe stata molto più difficile.
F. Bene, allora cambiala.
P. Che te ne pare di ""Barbara" mutò l’infinito, - eccetera?
F. Ma perché,? Chi è?
P. Be’, è barbarica, è femmina ed è il termine mnemonico di un modo del sillogismo. Pensavo che sarebbe andata abbastanza bene come simbolo mostruoso de ’Il Pensiero’. La vedo ora con un calibro che si pinza il cervello per cambiare il suo universo.
F. Smettila.
P. D’accordo. Ma capisci che cosa intendo quando dico che nei sogni le metafore non sono ancorate?
F. Gli animali ancorano le loro metafore?
P. No. Non è necessario. Vedi, quando un uccello adulto fa come un uccellino nell’approccio verso un individuo del sesso opposto, usa una metafora presa dalla relazione tra figlio e genitore. Ma non ha necessità di ancorarla specificando di quale relazione sta parlando. Si tratta ovviamente della relazione tra lui e l’altro uccello. Sono tutti e due lì presenti.
F. Ma a volte non usano metafore - non eseguono metafore - che riguardano qualcosa che non siano le loro relazioni?
P. Non credo. No, non i mammiferi. E neppure gli uccelli, credo. Le api, forse. E, naturalmente, gli uomini.
F. C’è una cosa che non capisco.
P. Sì?
F. Abbiamo scoperto un sacco di cose in comune tra il sogno e il comportamento degli animali. Tutti e due procedono per opposti, tutti e due sono privi di tempi, tutti e due non hanno il ’non’, tutti e due funzionano con metafore, e nessuno dei due àncora le metafore. Ma quello che non capisco è, be’, quando gli animali fanno queste cose, va bene, ha senso. Voglio dire, ha senso che essi procedano per opposti, ma non capisco perché, anche il sogno debba essere così.
P. Neppure io.
F. E poi c’è un’altra cosa.
P. Sì?
F. Hai parlato dei geni e dei cromosomi che portano i messaggi relativi allo sviluppo. Loro parlano come gli animali e i sogni? Cioè con metafore e senza il ’non’? Oppure parlano come noi?
P. Non lo so. Ma sono sicuro che il loro sistema di messaggi non contiene alcuna semplice variazione della Teoria degli Istinti.
Bateson Gragory